A 50 anni dalla morte di Pier Paolo Pasolini, ARTE.tv riscopre il suo viaggio del 1959, tra memorie di mare, boom economico e poesia civile

La lunga strada di sabbia
A 50 anni dalla morte di Pier Paolo Pasolini, ARTE.tv presenta La lunga strada di sabbia, documentario che ripercorre il suo viaggio lungo le coste italiane nel 1959: un ritratto profetico dell’Italia e del suo eterno bisogno di ritrovarsi.

Il ritorno a un viaggio che è già un mito
Era il 1959 quando Pier Paolo Pasolini e il fotografo Paolo Di Paolo intrapresero un viaggio da Ventimiglia a Trieste lungo le coste italiane, raccontandolo per la rivista Successo con il titolo La lunga strada di sabbia.
Quel reportage — un mix di parole e immagini — è oggi uno dei documenti più poetici e lucidi dell’Italia di mezzo secolo fa, sospesa tra povertà e boom economico, tradizione e modernità, sogni e contraddizioni.
A cinquant’anni dalla morte di Pasolini, la piattaforma ARTE.tv ripercorre quel viaggio nel documentario La lunga strada di sabbia, disponibile dal 1° novembre 2025: un itinerario tra memoria e paesaggio, dove le parole del poeta tornano a risuonare come uno specchio del nostro presente.

L’Italia che scopriva il mare (e se stessa)
Il film segue le tappe del reportage originale: Portofino, Lerici, Livorno, Fregene, Napoli, Reggio Calabria, Taranto, Trieste.
È un’Italia che si guarda per la prima volta allo specchio, dopo le macerie della guerra e prima dell’arrivo del consumismo. Le spiagge diventano simbolo di libertà, ma anche di una nuova forma di desiderio collettivo: quello di apparire, di appartenere, di “stare bene”.
Le fotografie di Paolo Di Paolo raccontano volti curiosi, corpi finalmente distesi al sole, un Paese che impara a respirare.
Pasolini, invece, scrive con tenerezza e inquietudine: vede nascere un’Italia felice ma fragile, che corre verso la modernità dimenticando il proprio cuore.
In un passaggio scrive:
“È la scoperta del mare come fosse un sogno, ma già si intravede il suo destino: diventare merce.”
Rivedere oggi quelle immagini significa confrontarsi con la stessa domanda: quanto di quell’incanto abbiamo tradito e quanto possiamo ancora salvare?

Cinquant’anni dopo: Pasolini ci parla ancora
Guardare La lunga strada di sabbia oggi non è solo un esercizio di memoria. È un atto di riconnessione.
In un’Italia che vive di polarizzazioni, disuguaglianze e identità digitali, Pasolini resta una voce scomoda e necessaria: il primo a denunciare l’omologazione culturale, la mutazione antropologica e la perdita di empatia dietro il mito del progresso.
Il suo sguardo, a metà tra sociologo e poeta, continua a interrogarci:
- Cosa resta dell’Italia umana, povera e vitale che lui raccontava?
- Esiste ancora uno spazio per la diversità, la lentezza, la verità dei luoghi?
- Possiamo tornare a guardare il Paese con gli occhi di chi lo ama, ma senza indulgere?
Forse sì — se torniamo a camminare lungo quella strada di sabbia, reale o metaforica che sia.
Perché quel viaggio del 1959 non era solo un reportage, ma un testamento morale: un invito a guardare l’Italia con pietà e meraviglia, prima che il rumore del mondo ne copra la voce.